Chiarimenti sull’antropologia di S. Agostino
Fatte le debite premesse è possibile affrontare con maggior precisione la questione antropologica da cui siamo partiti, rilevando anzitutto che se è vero che «non si può negare, in ogni caso, l’incidenza in Agostino della concezione del corpo come prigione, presente in Platone, a sua volta dipendente dalla teogonia orfica e dal mito di Dionisio Zagreus e mediata attraverso la cultura  romana e il medio neoplatonismo di Albino, Apuleio, Porfirio e Plotino, di cui è ampia traccia nell’opera [De civitate Dei]»,[1] è altrettanto vero che «le influenze filosofiche su Agostino non dovrebbero limitarsi a quelle che affermavano una dualità di corpo e anima; gli scritti di Varrone, e con essi la vecchia accademia, e anche di Aristotele, accettavano l’unità del corpo e dell’anima, ed ebbero una significativa influenza sul pensiero di Agostino».[2] Pertanto «sotto questo punto di vista si riscontra effettivamente in Agostino una certa oscillazione fra il riconoscimento della “pesante schiavitù del proprio corpo”, unito ad una considerazione pessimistica della vita del corpo, e l’esaltazione dell’uomo, vertice sublime della creazione di Dio, oscillazione legata alla matrice filosofica platonica e alla difficoltà di conciliarla con il dettato biblico».[3]

L’apparente contraddizione a cui qui si fa riferimento non è dovuta affatto a contenuti “mutevoli”, indecisioni o imprecisioni presenti nel pensiero di sant’Agostino, quanto piuttosto alla limitatezza del linguaggio umano e agli schemi interpretativi da cui tale linguaggio è mutuato. Continua a leggere

Una interpretazione dell’antropologia patristica
Tra i filosofi contemporanei e a volte anche tra i teologi è diffusa la convinzione che i Padri della Chiesa, primo fra tutti s. Agostino, avessero una concezione dell’uomo tendenzialmente dualistica, in cui il primato dell’anima sul corpo fosse dovuto ad una visione negativa della dimensione corporea. Questo porta, non rare volte, ad escludere l’antropologia patristica, e conseguentemente quella medievale, dal dibattito filosofico sulla natura umana, in quanto considerata – in modo piuttosto superficiale – come una “rivisitazione” in chiave platonica della visione biblica dell’uomo.
Scrive ad esempio C. Giorgini: «Per la filosofia patristica la questione del rapporto tra anima e corpo si può così riassumere: il vero uomo è l’anima e il corpo è la sua prigione, qualche cosa come un vestito, qualche cosa che nasconde l’uomo vero, l’uomo interiore»[1]. E poco oltre afferma che «questa è la visione antropologica della patristica sia greca che latina da Clemente a Origene a Eusebio a Nemesio a Gregorio Nisseno fino a Agostino, poiché l’antropologia classica “tendeva ad identificare – precisa Allan Fitzgerald – ciò che è veramente umano con l’anima, così che il materiale, compreso il corpo, era in ultima analisi un peso. In quanto estraneo all’anima, il corpo impediva

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Tutti vogliono essere liberati dal male, sia fisico che psichico, il dolore che percepiamo nel nostro corpo ma anche, per empatia, il dolore degli altri che amiamo o pensiamo di amare. Nessuno vuole stare male “dentro”, tutti vogliamo essere sereni e la serenità delle persone a cui vogliamo bene incide sul nostro stato d’animo. Lo stato delle cose sembra suggerirci che la Bontà di Dio stia dalla nostra parte e il suo Amore ci verrà incontro per non farci soffrire nel corpo e nella psiche e di conseguenza non farà soffrire o morire le persone che amiamo. La croce e la sofferenza sarebbe una disgrazia esistenziale e sarebbe da bandire dalla terra. A questo punto, dovendo negare il valore salvifico della Croce di Gesù e della nostra croce unita alla sua e ci troveremmo in accordo con l’Accusatore di Dio, il padre della Menzogna, l’omicida fin da principio. Dio Padre sarebbe stato crudele nel permettere la morte in croce del Figlio unigenito. La sofferenza degli uomini, e soprattutto la nostra sofferenza personale, sarebbe una crudeltà divina. Per gli “amici” del diavolo sarebbe Dio l’origine del male… se Dio fosse stato buono sarebbe intervenuto per salvare il Figlio dalla Croce e soprattutto toglierebbe la sofferenza dalla vita terrena. Dunque il “dio buono”, secondo costoro, dovrebbe preoccuparsi di togliere la sofferenza e la croce dal mondo affichè tutti possano godersi la vita in “santa pace”. Il falso dio di costoro dovrebbe essere così “buono” togliere anche di mezzo anche tutti coloro che ci rendono infelici e che volontariamente o involontariamete ci fanno soffrire. Questo modo di pensare è “anticristico” per diversi motivi. In primo luogo Continua a leggere

 4kasper/ La permanente attualità delle testimonianze bibliche

Rispetto al problema dell’origine del male le testimonianze della Sacra Scrittura offrono un quadro variegato. Si parla del peccato personale dell’uomo, del potere del peccato sull’umanità (vedi peccato originale), dei principati e potestà del male.

“La credenza nel diavolo e demoni non presenta alcunché di specificatamente biblico; essa è una componente della visione del mondo che la Bibbia condivide con il proprio ambiente, una concezione del mondo che potremmo senz’altro qualificare come di tipo mitologico. […] Di conseguenza la Scrittura non conosce nessuna demonologia sistematizzata ma soltanto delle tradizioni fra loro estremamente differenti… Soprattutto il motivo della caduta degli angeli, osservato alla luce della storia delle forme, si rivela come una leggenda che troviamo soltanto nella letteratura intratestamentaria e che nel Nuovo Testamento è stata registrata solo ai margini.”

L’autore a questo punto si chiede se gli enunciati su gli angeli e sul  diavolo esigano una demitizzazione che li interpreti come un «rivestimento immaginifico» di contenuti teologici. Prima di abbozzare una risposta a titolo di premessa afferma:

“In ogni caso oggi non possiamo più sostenere la concezione teologica tradizionale del diavolo che si limitava semplicemente a citare, secondo il vecchio metodo fondamentalistico delle concordanze, tutte una serie di passi biblici e dichiarazioni magisteriali sul diavolo, senza analizzare il genere letterario, il contesto storico-religioso e l’intenzione assertiva di questi testi”[1].

La demitizzazione attraverso l’ermeneutica Continua a leggere

Un diavolo per capello non è meglio che un cappello per nascondere il diavolo

 

Per chi vede il diavolo d’ovunque si può dire che ha davvero un diavolo per capello nella sua testa; altri, rasati a zero, sperano che i capelli non esistano e per sicurezza si mettono il cappello, preso in prestito dalla filosofia, per nascondere un eventuale insorgere del problema. Talvolta il demonio sembra un “animale protetto” di cui non si può parlare per una sorta di demono-fobia, altre volte a forza di parlarne, per paura e convenienza, ci si vuole convincere che siamo in balia dei demoni e non siamo liberi e responsabili dei nostri atti moralmente cattivi: la colpa è del diavolo.

 

Chi crede, da cattolico, all’esistenza di ciò che la Chiesa Cattolica definisce per “demonio” tende a vederlo ovunque quando non distingue la responsabilità morale degli atti umani (peccato) dalla tentazione del Maligno che, essendo già giudicato da Dio e dannato per l’eternità, non ha più la possibilità di commettere delle colpe, ne  meriti,  in quanto già condannato. Dunque è chiaro che non si può dare la colpa al demonio per gli atti umani malvagi, di cui solo gli uomini sono responsabili se vi aderiscono liberamente. Il potere del Maligno o Diavolo esercitato sulla vita degli uomini non viene da se stesso (come credono coloro che praticano la magia o il culto satanico) ma viene dal peccato dell’uomo. Il perdono dei peccati da parte del Figlio di Dio sottrae l’uomo al potere delle tenebre, fin dal Sacramento del Battesimo e volendo in ogni momento della vita con la possibilità di accedere al Sacramento della Confessione. Sul male prevale dunque la misericordia di Dio  che è accessibile liberamente ad ogni uomo (Battesimo) e a ogni fedele (Confessione).

Chi nega, da cattolico, l’esistenza di ciò che la Chiesa Cattolica definisce per “diavolo” o “demonio”, Continua a leggere

3kasper/ La prospettiva teologica del problema del male. Tre enunciati sul male.

L’autore con un primo enunciato di fondo delinea la risposta teologica sul problema del male:

“L’annuncio fondamentale del vangelo è che Gesù Cristo, Signore di ogni realtà, Signore sulla vita e sulla morte, su tutti i principati e potestà del male, si è mostrato una volta per tutte Dio, per cui nella fede noi abbiamo la certezza che alla fine Dio sarà  «tutto in ogni cosa». […] Tutto ciò che teologicamente può e dev’essere detto, in definitiva non è altro che l’esplicitazione di questo enunciato di fondo.”

Un secondo enunciato colloca la dottrina del male all’interno della dottrina della creazione:

“La fede nella creazione attesta quindi che tutto ciò che esiste, esiste soltanto per il fatto che Dio per amore e liberamente lo fa partecipare al proprio essere. Troviamo così enunciata una seconda affermazione sulla realtà del male: il male non possiede una propria realtà in senso vero, poiché ogni realtà è liberamente voluta da Dio, da Lui è chiamata all’esistenza e da Lui nell’esistenza viene conservata come una realtà fondamentalmente buona.”

Il male non è dunque altro che un nulla, è come un vuoto che non ha una consistenza ontologica reale. Il dualismo gnostico-manicheo che accanto al Dio del Bene  vede un principio Malvagio uguale e contrario e il monismo inteso come demonizzazione di Dio in quanto causa del male, sono incompatibili con il messaggio di salvezza. Continua a leggere

2kasper/ Dimensioni filosofiche del problema del male.

Il Kasper afferma che «il primo approccio al problema del male […] passa attraverso l’esperienza. […] una realtà dell’esperienza umana». Evidentemente il problema del male è affrontato non solo dalla Bibbia e dalla Tradizione ecclesiastica, ma anche dalla letteratura, dalla filosofia, «e le moderne scienze umane (psicologia del profondo, sociologia, ricerche sul comportamento e soprattutto la parapsicologia)». Il problema che si pone è se l’enunciato sul diavolo costituisca una categoria interpretativa  dell’esperienza del male vincolante o come suggerisce l’autore se sia  «almeno utilizzabile».

Le scienze moderne ritengono di essere sostanzialmente in grado d’inquadrare, nell’ambito delle loro teorie ed ipotesi chiarificatrici, tutti i fenomeni connessi con il diavolo […] i filosofi cui abbiamo accennato (E. Bloch, L. Koladowski, P. Ricoeur) giungono a delle interpretazioni secondo le quali il diavolo sarebbe una specie di simbolo atto a significare una determinata struttura dell’essere o della libertà umana.

Presupposto che scienze moderne spiegano la fenomenologia e i filosofi ne danno una interpretazione simbolico-semantica generata dalla struttura dell’essere, il Kasper indica la riflessione sulla libertà come punto di partenza per superare il conflitto tra esperienza del male psico-fisico e il male morale che esiste solo dove c’è la libertà e quindi la responsabilità: Continua a leggere

Osservazioni ermeneutiche e approfondimenti sulla demonologia

Il disagio teologico e pastorale difronte al tema del «demonio/i» che la Sacra Scrittura abbondantemente affronta nel Nuovo Testamento, si concentra principalmente sulla «natura personale del male»; da un lato, pur non negandone l’esistenza, si rifiuta l’uso del concetto di persona per definire il contenuto delle espressioni bibliche che connotano il male (diavolo, demonio, Satana, il menzognero, il forte, l’avversario, ecc.); dall’altro lato la personificazione del Male assume una rilevanza tale da attribuirgli un potere[1] illimitato nella  vita dell’uomo, un potere tale capace di contrapporlo al Sommo Bene palesando un dualismo manicheo.

Chiarire la questione non è di secondaria importanza perché, come abbiamo affermato precedentemente, la differenza di contenuto incide sull’interpretazione e sul modo di comprendere e trasmettere la fede, nella capacità di discernere il vissuto, nel nostro caso il vissuto dell’esperienza spirituale e mistica.

Se per ora usare il concetto di persona non ci permette di superare l’opposta polarità interpretativa, riteniamo necessario verificare se gli angeli siano creature o se appartengono esclusivamente alla forma linguistica-letteraria della Scrittura e della trasmissione della Fede; ci pare questo un punto chiave che condiziona radicalmente l’interpretazione dell’azione del Maligno nella vita spirituale dell’uomo.

Per esplicitarne le conseguenze ermeneutiche sceglieremo un metodo di con-fronto interpretativo che vedrà da un lato la posizione comunemente riscontrabile nell’approccio teologico contemporaneo rappresentata sinteticamente dal contributo teologico di Walter Kasper[2] e dall’altro l’approfondimento critico della nostra riflessione. La dialettica in teologia è utile per chiarire i concetti ed evidenziare eventuali errori di interpretazione e di metodo. Ritengo che il lavoro del Kasper sia di grande importanza e che resterà nel tempo, avendo sintetizzato la categorie teologiche che hanno caratterizzato la seconda metà del XX secolo e che hanno contribuito ad eliminare la demonologia nella formazione dei Seminari e nei corsi di Teologia, dalla Sacra Scrittura alla Morale, dalla Dogmatica alla Liturgia, dalla Spiritualità alla Pastorale. Continua a leggere

La magia come fonte del sapere attraverso l’indagine scientifica fenomenologica

Il rito magico diventa fonte del sapere da cui trarre conoscenze scientifiche scoprendone i meccanismi che manipolano la natura. Per chi è scienziato, la magia non esiste in quanto non è più mistero, è stata portata alla luce. Questa posizione è criticabile per due motivi: il primo è che la realtà non è data dal pensiero dominante della cultura ma esiste in quanto tale o non esiste perché non c’è, non perché non penso che esista. In oltre, pur ammettendo l’esistenza e studiando i fenomeni demoniaci, non aderisce alla interpretazione che ne dà il cattolicesimo fin dai tempi dei padri della chiesa,  dimostrando di conoscerne bene il pensiero per prenderne le distanze:

 “la nascita del cristianesimo pose nel modo più netto la magia sotto il segno della polemica confessionale: pagani e cristiani si scambiarono l’accusa di “arti magiche”, cioè di operazioni eccezionali conseguite con l’aiuto dei demoni. [ …] il cristianesimo vittorioso in espansione svolse largamente il tema del salmista secondo cui “tutti gli déi pagani sono demoni” e praticamente si avvalse del termine “magia” per gettare discredito su quanto avanzava e resisteva della religione (pagana) sconfitta. È tuttavia da osservare che, in generale, i padri della chiesa impugnarono la magia di “falsità” non già nel senso che le arti magiche fossero senza alcuna efficacia e si riducessero a pretese illusioni di maghi e stregoni, ma nel senso che maghi e stregoni producevano i loro effetti reali continuando ad evocare quei demoni che Cristo aveva definitivamente posto sotto la sua signoria. L’esercizio delle arti magiche valeva quindi come non riconoscimento del messaggio di salvezza di Cristo, come scelta di cacciare Satana mediante Satana e non mediante Dio, […]. I padri della chiesa […] dettero un vigoroso accento al carattere perverso, egoistico, tenebroso delle arti magiche,  all’assenza di scrupoli morali che caratterizza la stregoneria e che matura in vere e proprie azioni delittuose, al suo tentativo di sovvertire l’ordine naturale e sociale istituito da Dio e dalla sua legittima chiesa. […]  ovviamente questa coscienza polemica antimagica della letteratura cristiana non ci offre nessun criterio interpretativo valido […]”[1].

Il professor Paolo Rossi, sua amico ed estimatore, difende il legame proficuo tra magia e scienza esaltandone il frutto di una riforma del sapere umano che chiama “magia rinnovata”: Continua a leggere

Il contesto attuale della post-modernità tra il primato della scienza e la perdita della fede

La diminuzione della autentica religiosità sfocia o entra in simbiosi con la scienza ideologizzata e allo stesso tempo si apre al mondo dell’esoterismo fino alla  ricerca di culti magici arcaici. La natura umana è considerata buona così com’è e i culti magici delle antiche popolazioni (anche se richiedevano l’invocazione dei demoni e sacrifici umani di adulti e bambini) interpretati nel loro contesto, sono considerati eticamente buoni dagli etnologi e dai filosofi dell’antropologia odierna.  Negando il peccato originale come chiave ermeneutica, l’uomo risulta buono in sé e non come professa la fede cattolica creato buono e tuttavia lontano da quello che dovrebbe essere a causa del peccato originale e del male che compie liberamente. Interpretare la natura umana senza la fede cattolica con un approccio scientifico che si basa unicamente sul dato empirico senza darne un significato etico o religioso, o avendone uno soggettivo non conforme alla rivelazione cattolica, può avere solo due sbocchi consequenziali: la scienziato ateo che osserva il fenomeno rifiuta categoricamente qualunque altro elemento che dia significato all’insieme dei dati, postulando, con una atto di fede naturale, un modello scientifico aprioristico che verrà smentito o avallato dalla  tecnica praticata in laboratorio; lo scienziato aperto alla dimensione religiosa dell’uomo, ma non di fede cattolica,  si interesserà di tutti quei fenomeni paranormali , alchemici e magici che richiedono un approccio scientifico metodologicamente rigoroso per scoprirne i meccanismi naturali. Diciamo subito che qui si intende il mondo esoterico e magico come una costellazione di fenomeni non ancora spiegabili dalla scienza, non legati necessariamente all’invocazione dei demoni ma identificati in un concetto di “magia naturale” da cui sono partiti molti scienziati che hanno fatto la storia della scienza moderna.

Scienza e magia

Per capire questo fenomeno culturale della post-modernità occorre non solo indagare il rapporto tra la scienza e la religione, come siamo abituati a fare mettendoli in contrapposizione o in dialogo, ma è indispensabile indagare il rapporto tra la scienza e la magia. Continua a leggere